SACRO MONTE CALVARIO

Riserva Naturale Speciale del S.M. Calvario di Domodossola


Civiltà rurale e montana

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Itinerari



LA VIA DEI TORCHI E DEI MULINI: La civiltà rurale e montana


La storia degli insediamenti umani sulla fascia pedemontana della valle del Toce racconta l'avventura collettiva di piccole comunità rurali costantemente impegnate in una dura lotta contro le asperità e le rudezze della montagna.
E' una vicenda affascinante; non solo perché tanto lontana da noi, quanto perché ha modellato sapientemente il territorio riuscendo a creare possibilità di vita in un ambiente dominato da coordinate verticali.
Le produzioni agricole e la zootecnia sono state per secoli l'attività principale dei villaggi montani dell'Ossola. Il modello economico realizzato viene definito dagli antropologi come Alpwirtschaft o agricoltura mista di montagna.
Tale modello, elaborato dal geografo svedese John Frödin nel 1940 vede l'integrazione delle attività agricole con quelle di allevamento. La proporzione tra le due componenti variava in rapporto all'altimetria: alle quote più modeste, sotto gli 800 m, l'agricoltura era prevalente ("civiltà rurale montana"), mentre nelle alte valli alpine l'allevamento era quasi un'attività esclusiva ("Civiltà alpina").

La fascia montuosa tra Villadossola e Domodossola, con la porzione inferiore della Val Bognanco, ha visto negli ultimi mille anni lo sviluppo di una civiltà rurale che ha avuto nelle colture su terrazzamento l'anello forte dei sistemi produttivi.
Il modello insediativo di villaggi come Sogno, Tappia, Anzuno, Calvario, fino a Vagna, Calice e Monteossolano vede gli edifici raggruppati in agglomerati chiusi e disposti linearmente sui pendii assolati di ripidi versanti montuosi.
L'insediamento "in alto" rispetto al fondovalle ossolano offriva un duplice vantaggio: poneva i campi e le colture al riparo dalle periodiche e ricorrenti "buzze" (esondazioni) del fiume Toce che allagava la campagna e offriva più brevi periodi di innevamento al suolo e quindi una stagione agricola più prolungata.

(foto a lato: "terrazzamenti orizzontali")

Terrazzamenti orizzontali
Fienagione - Lavorazione della canapa

Questi vantaggi dovevano essere tuttavia compensati da una maggiore quantità di energia collettiva da impiegare per rendere produttivo un suolo aggrappato a ripidi versanti montuosi. Per questo la coltura su terrazzamento era la tecnica principe dell'agricoltura di questi villaggi rurali.
Un proverbio locale dice che questi villaggi sono pais grass, via la fiòca, al vanza fò i sess (paesi grassi, via la neve, saltano fuori i sassi). I "söstin", questo il nome nei dialetti ossolani, sono campicelli sostenuti da muri di pietra a secco (senza l'impiego di malte leganti) che riducono la pendenza della montagne e aumentano la superficie coltivabile. E' una tecnica che spesso prevedeva il riempimento dei terrazzamenti con terra fertile trasportata a spalle dal fondovalle.

Ora tutte le roncature (i sösti in dialetto) sono abbandonate e la vegetazione le sta nascondendo alla vista; brevi tratti ancora utilizzati rimangono ancora attorno a qualche villaggio dove, al riparo dai venti della valle ed esposte al sole tutto l'anno, sopravvivono ancora pochi gambi di vite accuratamente potati con sapienza antica e fissati con rametti di salice sulle toppie.
Questa agricoltura su terrazzamento (vino, granaglie, canapa) permetteva la produzione di modesti surplus da commercializzare in una modestissima economia monetaria che permettesse il reperimento sul mercato di due risorse non ottenibili in luogo: il sale per il condimento dei cibi e la salatura dei formaggi e il ferro per gli attrezzi agricoli.
L'allevamento bovino, in misura più modesta rispetto agli alti villaggi alpini, vedeva l'estivazione negli alpeggi superiori, mentri nei prati-pascolo attorno ai villaggi avvenivano gli sfalci d'erba da accumulare per l'inverno.
I prodotti della lavorazione casearia ("casèra" si chiamavano i rustici d'alpeggio dove veniva lavorato il latte) erano burro e formaggi. Se in alpeggio, il latte veniva conservato temporaneamente nei "baititt", piccoli ripari sotto una balma percorsi da un ruscello per assicurare la refrigerazione nelle calde giornate estive, il burro veniva fuso e conservato in "olle" di pietra ollare per poterlo utilizzare a lungo.

La coltivazione dei cereali, essenzialmente segale (biava nei dialetti locali), grano saraceno, orzo, miglio e panico, permetteva la produzione di pane e polenta. Nelle alte valli di montagna (Anzasca, Antrona e Formazza), si panificava anticamente una volta l'anno. La panificazione avveniva spesso con una mistura di granaglie. Solo dal XIX secolo, nell'Ossola inferiore si diffuse la coltura del mais (malgòn nei dialetti locali). I cereali secondari vennero sostituiti dalla coltura della patata nella seconda metà del XVIII secolo quando, con il raffreddamento climatico della piccola età glaciale, miglio e panico non arrivavano a maturazione. La coltivazione della patata sostituì le precedenti colture (come quella della rapa) e, imposta da una contingenza climatica che forzò la tradizionale ritrosia contadina all'innovazione, divenne la coltura quasi esclusiva sopra gli 800 m di quota.

Panificazione - Raccolta delle castagne

Fino agli 800-900 m le selve castanili occupavano le aree boscate attorno ai villaggi stanziali. Il vocabolo dialettale per il castagno da frutto è arbul: l'albero per eccellenza. Le castagne, nutrienti e conservabili a lungo, erano una componente principale delle mense contadine povere, specialmente nei mesi invernali. Studi recenti hanno dimostrato che un castagno da frutto di settant'anni può fornire il fabbisogno alimentare di sei mesi per un montanaro. La raccolta delle castagne permetteva anche una modesta commercializzazione, sia nella Bassa Novarese che in Vallese. Le modificate abitudini alimentari e il cancro corticale, malattia che colpì i castagni in questo dopoguerra, portarono ad un progressivo ed inarrestabile declino di questa coltura tipicamente montana.
I villaggi rurali (esempi significativi sono Sogno, Anzuno e Tappia) sono costruiti quasi interamente in pietra offerta dalla montagna. Una tradizione secolare di lavorazione della pietra permetteva di costruire gli edifici rurali (case, stalle, finili, cantinette) in muri "a secco" e coprire i tetti di "piode" (lastre di gneiss).

Baite alle pendici del Moncucco

Le case di abitazione sono di solito distinte da stalle e fienili e, a causa della pendenza inclinazione del terreno, hanno uno o più locali seminterrati che servono da cantina o deposito, coperti da una massiccia volta, sopra i quali stanno cucina e camere e più sopra il solaio con funzione di essiccatoio e di deposito di prodotti agricoli.
Una rete di infrastrutture a servizio dei villaggi erano costruite e utilizzate collettivamente: forni frazionali per la cottura periodica del pane, torchi per la spremitura delle vinacce, mulini ad acqua per la molitura delle granaglie e la spremitura dell'olio di noci, cave di pietra ollare e di "piode" per la copertura dei tetti, pozzi per la macerazione della canapa.

Mulino
Torchio

Una rete di mulattiere ("strade di pietra" spesso selciate ) permetteva i collegamenti pedestri tra i villaggi e il movimento del bestiame verso gli alpeggi. Da questa viabilità principale (vere e proprie "autostrade del passato") si staccavano i sentieri, esili tracce percorse dai montanari spesso con pesanti carichi sulle spalle, che raggiungevano ogni più piccolo e lontano angolo della montagna.

Regolamenti dettagliati garantivano a manutenzione e la percorribilità di queste "Strade" (Statuti di Tappia, 30 aprile 1590). Fino al '900 gli abitanti delle antiche frazioni di Vagna e Calice dedicavano una giornata l'anno alla pulizia dei sentieri.
Se la pietra fu la materia principe dei costruttori ossolani, non tutte le pietre sono uguali. Alcune ebbero un uso e un valore particolare. La pietra ollare ebbe una notevole importanza nell'economia tradizionale dell'Ossola e la sua estrazione e lavorazione ebbe larga diffusione come attività artigianale all'interno di un sistema economico alquanto chiuso.

Antica frazione
Mulattiera

Il laveggio o pietra ollare, cioè sasso per ricavare "olle" (recipienti per contenere il burro fuso, l'olio di noci e la carne salata), è una roccia di colore verde, facile da lavorare e resistente al fuoco e agli agenti atmosferici; solo l'umidità e il gelo la possono sfarinare in superficie. Per queste sue caratteristiche era impiegata per produrre recipienti da fuoco per la cottura dei cibi, paioli per la lavorazione del latte, vasi e olle, truogoli per i maiali, ma anche i "fornetti", le grandi stufe di pietra per scaldare le case di montagna. XIX secolo, a Cisore all'ingresso della Val Bognanco, fu in funzione una fabbrica che produceva tubi in laveggio per le condutture d'acqua ed i sistemi fognari. Colonne, capitelli e sculture in pietra ollare ornano un po' tutte le chiese ossolane.

Tessitura della canapa

La "Via dei Torchi e dei Mulini" in fondo è un grande libro aperto da conservare con cura e da leggere con attenzione per comprendere un modello di insediamento rurale che ha permesso a piccole comunità umane di vivere per secoli sulla montagna.

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